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IL RISARCIMENTO DEL DANNO

Chi è responsabile di un danno commesso nei confronti di un’altra persona, a titolo di dolo (volontariamente), o di colpa (per negligenza, impudenza o imperizia), oppure a titolo di responsabilità indiretta (ad es. nel caso di genitori o tutori), o di responsabilità oggettiva (ad es. per danno causato da cose in custodia), deve risarcirlo, ossia corrispondere al danneggiato una somma di denaro.

Il codice civile prevede un risarcimento danni sia in presenza di una responsabilità di tipo contrattuale, ossia quando ci troviamo di fronte alla responsabilità in capo al soggetto debitore di risarcire i danni cagionati al creditore, il quale non ha eseguito esattamente la prestazione dovutagli in virtù del rapporto obbligatorio tra loro sorto (art. 1218 c.c.); sia nel caso di responsabilità extra-contrattuale, ossia in caso di responsabilità derivante da un fatto illecito altrui (art. 2043 c.c.).

In entrambe le ipotesi di responsabilità (contrattuale ed extracontrattuale) è previsto un risarcimento danni a) di natura patrimoniale (ossia quando si è in presenza di un danno suscettibile di valutazione economica, che viene calcolato tenendo conto sia il danno emergente: ossia le spese materialmente sostenute dal danneggiato a causa del fatto illecito e quelle che, sempre a causa di tale fatto, potrebbe dover sostenere in futuro; sia il lucro cessante cioè la somma che il danneggiato avrebbe potuto guadagnare se non fosse rimasto vittima del fatto illecito; e b) un risarcimento danni di natura non patrimoniale (art. 2059 c.c.), consistente nelle sofferenze psichiche o fisiche subite dal danneggiato, il quale sarà risarcito solo nei casi espressamente previsti dalla legge e calcolato in via equitativa dal Giudice; (ciò significa che l’ammontare sarà quantificato secondo il prudente apprezzamento del magistrato, ossia tenendo conto del suo giudizio in relazione al caso concreto, secondo quanto lui ritiene equo, anche sulla base di nozioni di comune esperienza in relazione a tabelle disposte ad hoc dal Tribunale.)

Analizzando in specifico il danno non patrimoniale (art.2059 c.c.), è bene chiarire che si tratta di una categoria di danno giuridicamente unitaria, riconosciuta solo nei casi previsti dalla legge, la quale si suddivide in diverse voci di danno; tra queste troviamo:

Il danno biologico: fino alla prima metà degli anni Sessanta, il concetto giuridico di danno alla persona aveva un’accezione prevalentemente economica; venivano infatti esclusi da qualunque forma di tutela giuridica tutti quei soggetti non produttori di reddito (casalinghe, anziani, bambini, disoccupati). È evidente, dunque, che in tema di risarcimento del danno non si dava importanza all’essere umano in quanto tale, bensì all’homo economicus, con evidente riferimento al legame tra individuo e produttività. Nei primi anni Settanta tuttavia qualcosa comincia a cambiare: la dottrina e la Giurisprudenza inaugurano una lunga stagione di pronunce, incentrando l’attenzione sulla tutela della persona in quanto tale, prescindendo dalla sua capacità di produrre reddito. Il primo a pronunciarsi in tal senso è il Tribunale di Genova che con la Sentenza del 25 maggio 1974 ha introdotto il danno biologico.

Il danno biologico, in sintesi, è il danno alla salute, ovvero la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di un accertamento di tipo medico-legale, riconosciuto indipendentemente dalla capacità di produrre reddito; si tratta dell’influenza negativa sulla capacità di svolgere ordinarie attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato.

Il danno biologico comprende sia i danni fisici che quelli psichici (si pensi all’ansia patologica dopo un trauma), e andrà risarcito indipendentemente dai riflessi sulla situazione patrimoniale del danneggiato, con criteri di liquidazione equitativi (secondo quanto il Giudice ritiene equo).

Sulla base di una perizia medico-legale pertanto, bisognerà accertare l’invalidità temporanea e quella permanente, da monetizzare con un sistema tabellare che abbia come obiettivo quello di evitare la discrezionalità nella liquidazione del danno. Le tabelle messe a disposizione dal Tribunale di Milano possono certamente rappresentare un valido sostegno, peraltro supportato anche da orientamento giurisprudenziale di legittimità.

La Suprema Corte ha precisato che perché possa predicarsi l’esistenza di un danno permanente alla salute, sarà infatti necessario che da quella lesione sia derivata una menomazione suscettibile di accertamento medico legale e che questa a sua volta abbia prodotto una forzosa rinuncia: la perdita cioè della capacità di continuare a svolgere anche una soltanto delle attività svolte dalla vittima prima dell’infortunio (Cass. N. 18056 del 05/07/2019; nel medesimo senso Sez. U. n. 26972 del 11/11/2008)

La Cassazione di recente ha poi contestato la tesi della “unitarietà onnicomprensiva” del danno biologico, restando ben salda la distinzione concettuale tra sofferenza interiore (danno dinamico-relazionale) ed incidenza sugli aspetti relazionali della vita del soggetto (danno biologico). Secondo la Suprema Corte, tanti equivoci sarebbero stati forse evitati da una più attenta lettura della definizione di danno biologico, identica nella formulazione dell’art. 139 e del 138 del codice delle assicurazioni nel suo aspetto morfologico, ma diversa su quello funzionale, essendo la seconda un tipo di lesione “che esplica un’incidenza negativa sulla attività quotidiana e sugli aspetti dinamico relazionali del danneggiato”. Dunque si tratta di una dimensione dinamica del pregiudizio, una proiezione esterna al soggetto, che si differenzia rispetto all’essenza interiore della persona. Ancora più cristallina appare la distinzione dal danno morale secondo un’attenta lettura dell’art. 138. Nello specifico, l’art. 138 previgente, dopo aver definito, alla lettera a) del comma 2 il danno biologico in modo identico a quello di cui all’articolo successivo, precisa poi, al comma 3, che “qualora la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali, l’ammontare del danno può essere aumentato dal giudice sino al trenta per cento con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato”. Ciò conferma la legittimità dell’individuazione della duplice dimensione della sofferenza, quella di tipo relazionale inserita nella previsione legislativa, e quella di natura interiore, non codificata e non considerata, in modo tale da lasciare libero il giudice di quantificarla nell’ an e nel quantum con un’ulteriore, equa valutazione. Pertanto, al di là dell’ambito delle micro-permanenti, l’aumento personalizzato del danno biologico è circoscritto agli aspetti dinamico relazionali della vita del soggetto in relazione alle prove prodotte, a prescindere dalla considerazione e dalla risarcibilità del danno morale, senza che ciò sia una “duplicazione risarcitoria”. Dunque, se le tabelle del danno biologico indicano un indice standard di liquidazione, l’eventuale aumento percentuale sino al 30% sarà funzione della specificità del caso concreto in base al pregiudizio arrecato alla vita di relazione del soggetto. (Cass. N.901 del 17/01/2018)

Dello stesso avviso la Cassazione n. 7513 del 27 marzo 2018 la quale ha statuito che in presenza di un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione di una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e di un’ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale; in quanto non aventi base organica, ed estranei alla determinazione medico-legale del grado percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali ad esempio il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sé, la paura, la disperazione). Ove sia correttamente dedotta ed adeguatamente provata l’esistenza d’uno di tali pregiudizi non aventi base medico legale, essi dovranno formare oggetto di separata valutazione e liquidazione, (come è confermato, oggi, dal testo degli artt. 138 e 139 cod. ass., così come modificati dalla legge 4 agosto 2017 nella parte in cui, sotto l’unitaria definizione di “danno non patrimoniale”, distinguono il danno dinamico – relazionale causato dalle lesioni da quello “morale”).

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4099 del 2020 pubblicata il 18 febbraio dalla Sezione Lavoro, ha inoltre stabilito che non è sufficiente il riconoscimento del danno biologico aumentato del 50% per offrire il massimo ristoro della vittima di un reato, ma va liquidato il danno morale a parte; vale a dire la sofferenza interiore patita dalla persona offesa dal fatto illecito, quella sofferenza intrinseca ed interiore del danneggiato stricto sensu, distinguendo tale sofferenza da quelle conseguenze psichiche che rientrano sempre all’interno del danno biologico.

Il danno morale soggettivo: è invece il cosiddetto patema d’animo, quella sofferenza soggettiva psicologica ed interiore subita dal danneggiato in conseguenza di un fatto illecito, da risarcirsi nei casi previsti dalla legge con liquidazione su base equitativa. Esso consiste nel perturbamento psichico o nel pregiudizio arrecato alla dignità o integrità morale quale massima espressione della personalità di ogni individuo; un danno intangibile dal punto di vita materiale, impossibile da percepirsi se non da parte di colui che lo subisce. Tale pregiudizio va riconosciuto indipendentemente dall’ipotesi in cui il soggetto leso abbia anche subito un danno biologico di natura psichica. Il danno morale, quindi, riguardando la lesione della integralità morale della persona umana, è ontologicamente autonomo rispetto al danno biologico.

Il danno esistenziale: è definibile come il danno arrecato all’esistenza, cioè quel danno che si traduce in un peggioramento della qualità della vita, pur non essendo inquadrabile nel danno alla salute. Lo si è definito anche come il danno dinamico-reazionale, il danno alle attività realizzatrici della persona umana, il perturbamento dell’agenda quotidiana, l’impossibilità di svolgere un determinato hobby o una data attività, l’impossibilità di godere alcuni piaceri della vita. In genere si tratta di tutti quei danni che non possono essere considerati danni alla salute perché non si traducono in una lesione psico-fisica, ma tuttavia incidono su valori fondamentali dell’esistenza di un individuo. Si tratta, pertanto, di un danno tangibile e visibile per chiunque.

Per chiarire, dunque, il danno morale riguarda la sofferenza di natura transeunte, quale turbamento subito sia al momento dell’incidente, che in occasione delle cure e della convalescenza dalla malattia ma che poi è destinato a passare; il danno esistenziale invece riguarda il radicale cambiamento di vita cui è costretto il danneggiato e l’alterazione della sua personalità.

Il danno morale non è assorbito nel danno esistenziale, si tratta di due voci autonome, non sovrapponibili, e come tali, andranno considerate distintamente. E’ quanto chiarito dalla Cassazione, Terza Sezione Civile, nella sentenza 31 gennaio 2019, n. 2788.

La Suprema Corte di Cassazione, in tale Sentenza, ha sancito il principio per cui il danno morale non è assorbito nel danno esistenziale: si tratta di due voci autonome, non sovrapponibili, e come tali, andranno considerate distintamente.

Con questa pronuncia, la Suprema Corte ha ammesso la liquidazione sia del danno morale che di quello esistenziale, con la possibilità di personalizzare in aumento il ristoro ottenuto, in presenza di conseguenze anomale o eccezionali.

La Suprema Corte, nell’esaminare il caso di specie, ha fatto riferimento a varie pronunce della Corte Costituzionale, della Cassazione stessa e della Corte di Giustizia, in cui era stata indicata la differenza tra danno morale e danno dinamico relazionale del danneggiato.

Quindi, ha condiviso quanto fissato dal codice delle assicurazioni, riformato nel 2017, nell’art. 138, comma 2: “al fine di considerare la componente del danno morale da lesione dell’integrità fisica, la quota corrispondente al danno biologico è incrementata in via percentuale e progressiva per punto“; inoltre, al comma 3 del medesimo articolo, si legge: “quando la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali documentati ed obiettivamente accertati, l’ammontare del risarcimento, calcolato secondo quanto previsto dalla tabella unica nazionale, può essere aumentato dal giudice, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato, fino al 30%”.

Sulla scorta di tali premesse, la Cassazione ha rilevato che, nella valutazione del danno alla persona da lesione della salute (art. 32 Cost.), la liquidazione unitaria di tale danno dovrà attribuire al soggetto un risarcimento comprensivo del pregiudizio complessivamente patito sia l’aspetto della sofferenza interiore, quanto sotto quello dell’alterazione o modificazione peggiorativa della vita di relazione. Pertanto, il giudicante dovrà tener conto delle conseguenze subite dal danneggiato sia nella sfera morale di quest’ultimo, che quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della vita dello stesso. Ciò non determina una duplicazione risarcitoria, atteso che, la sofferenza interiore patita dal danneggiato a causa della lesione del suo diritto alla salute deve essere valutata in modo distinto ed autonomo.

Nel procedere all’accertamento e quantificazione del danno risarcibile, dunque, secondo gli Ermellini, il giudice di merito deve tenere conto, da una parte, dell’insegnamento della Corte costituzionale (Corte cost. n. 235 del 2014, punto 10.1 e ss.) e, dall’altra, del recente intervento del legislatore sugli artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni come modificati dalla L. 4 agosto 2017, n. 124, art. 1, comma 17, la cui nuova rubrica (“danno non patrimoniale”, sostituiva della precedente, “danno biologico”) e il cui contenuto consentono di distinguere definitivamente il danno dinamico-relazionale da quello morale.

Ne deriva che il giudice – chiarisce la Cassazione – deve congiuntamente, ma distintamente, valutare la compiuta fenomenologia della lesione non patrimoniale, e cioè tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (il cosiddetto danno morale) quanto quello dinamico-relazione (destinato a incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto).

La Suprema Corte di Cassazione nella sentenza n° 2788/2019 ha quindi stigmatizzato il contenuto della sentenza che doveva esaminare; poiché i Giudici avevano erroneamente compiuto una sovrapposizione tra personalizzazione della liquidazione del pregiudizio non patrimoniale e danno morale, che invece dovrà essere valutato in modo autonomo. La Cassazione, ha precisato che la personalizzazione della liquidazione non riguarda le oscillazioni tabellari che definiscono il range individuato per monetizzare le conseguenze del punto di invalidità accertato, concernendo le conseguenze eccezionali del danno, che, rispetto a quelle incluse nel punto di invalidità, determinano un incremento rispetto a quel determinato range.

Se vero infatti che le Sentenze di San Martino nn. 26972 e ss. del 2008 hanno affermato l’unitarietà del danno non patrimoniale, è altrettanto vero che tale nozione di unitarietà significa che lo stesso danno non può essere liquidato due volte solo perché chiamato con nomi diversi, ma non significa tuttavia che quando l’illecito produce perdite non patrimoniali eterogenee, la liquidazione dell’una assorba tutte le altre.

Resta dunque fermo l’obbligo del giudice di tenere conto di tutte le peculiari modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale nel singolo caso, tramite l’incremento della somma dovuta a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione.

La personalizzazione del danno è un’operazione che consente al giudice di valorizzare il danno patito dalla vittima; il giudicante è tenuto a motivarla, facendo riferimento alle risultanze probatorie emerse nel corso del giudizio. In particolare, vanno evidenziate le circostanze di fatto, tipiche della fattispecie concreta, tali da superare le conseguenze ordinarie e da giustificare una liquidazione maggiorata, rispetto a quella forfettizzata in base ai criteri tabellari (Cass. 21939/2017). Come ricordato, il giudice deve individuare le conseguenze che qualunque vittima di lesioni analoghe subirebbe; e poi accertare eventuali conseguenze peculiari del caso specifico. Le prime vanno monetizzate con un parametro uniforme, le seconde con un criterio ad hoc scevro di automatismi (Cass. 16788/2015). Capovolgendo la prospettiva, si può affermare che non sia ammessa alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento, qualora le conseguenze sofferte siano quelle ordinarie secondo l’id quod plerumque accidit (Cass. Ord. 7513/2018). La personalizzazione, infatti, non costituisce mai un automatismo, ma richiede l’individuazione di specifiche circostanze ulteriori rispetto a quelle ordinarie.

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Il codice civile prevede un risarcimento danni sia in presenza di una responsabilità di tipo contrattuale, ossia quando ci troviamo di fronte alla responsabilità in capo al soggetto debitore di risarcire i danni cagionati al creditore, il quale non ha eseguito esattamente la prestazione dovutagli in virtù del rapporto obbligatorio tra loro sorto (art. 1218 c.c.); sia nel caso di responsabilità extra-contrattuale, ossia in caso di responsabilità derivante da un fatto illecito altrui (art. 2043 c.c.).

In entrambe le ipotesi di responsabilità (contrattuale ed extracontrattuale) è previsto un risarcimento danni a) di natura patrimoniale (ossia quando si è in presenza di un danno suscettibile di valutazione economica, che viene calcolato tenendo conto sia il danno emergente: ossia le spese materialmente sostenute dal danneggiato a causa del fatto illecito e quelle che, sempre a causa di tale fatto, potrebbe dover sostenere in futuro; sia il lucro cessante cioè la somma che il danneggiato avrebbe potuto guadagnare se non fosse rimasto vittima del fatto illecito; e b) un risarcimento danni di natura non patrimoniale (art. 2059 c.c.), consistente nelle sofferenze psichiche o fisiche subite dal danneggiato, il quale sarà risarcito solo nei casi espressamente previsti dalla legge e calcolato in via equitativa dal Giudice; (ciò significa che l’ammontare sarà quantificato secondo il prudente apprezzamento del magistrato, ossia tenendo conto del suo giudizio in relazione al caso concreto, secondo quanto lui ritiene equo, anche sulla base di nozioni di comune esperienza in relazione a tabelle disposte ad hoc dal Tribunale.)

Analizzando in specifico il danno non patrimoniale (art.2059 c.c.), è bene chiarire che si tratta di una categoria di danno giuridicamente unitaria, riconosciuta solo nei casi previsti dalla legge, la quale si suddivide in diverse voci di danno; tra queste troviamo:

Il danno biologico: fino alla prima metà degli anni Sessanta, il concetto giuridico di danno alla persona aveva un’accezione prevalentemente economica; venivano infatti esclusi da qualunque forma di tutela giuridica tutti quei soggetti non produttori di reddito (casalinghe, anziani, bambini, disoccupati). È evidente, dunque, che in tema di risarcimento del danno non si dava importanza all’essere umano in quanto tale, bensì all’homo economicus, con evidente riferimento al legame tra individuo e produttività. Nei primi anni Settanta tuttavia qualcosa comincia a cambiare: la dottrina e la Giurisprudenza inaugurano una lunga stagione di pronunce, incentrando l’attenzione sulla tutela della persona in quanto tale, prescindendo dalla sua capacità di produrre reddito. Il primo a pronunciarsi in tal senso è il Tribunale di Genova che con la Sentenza del 25 maggio 1974 ha introdotto il danno biologico.

Il danno biologico, in sintesi, è il danno alla salute, ovvero la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di un accertamento di tipo medico-legale, riconosciuto indipendentemente dalla capacità di produrre reddito; si tratta dell’influenza negativa sulla capacità di svolgere ordinarie attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato.

Il danno biologico comprende sia i danni fisici che quelli psichici (si pensi all’ansia patologica dopo un trauma), e andrà risarcito indipendentemente dai riflessi sulla situazione patrimoniale del danneggiato, con criteri di liquidazione equitativi (secondo quanto il Giudice ritiene equo).

Sulla base di una perizia medico-legale pertanto, bisognerà accertare l’invalidità temporanea e quella permanente, da monetizzare con un sistema tabellare che abbia come obiettivo quello di evitare la discrezionalità nella liquidazione del danno. Le tabelle messe a disposizione dal Tribunale di Milano possono certamente rappresentare un valido sostegno, peraltro supportato anche da orientamento giurisprudenziale di legittimità.

La Suprema Corte ha precisato che perché possa predicarsi l’esistenza di un danno permanente alla salute, sarà infatti necessario che da quella lesione sia derivata una menomazione suscettibile di accertamento medico legale e che questa a sua volta abbia prodotto una forzosa rinuncia: la perdita cioè della capacità di continuare a svolgere anche una soltanto delle attività svolte dalla vittima prima dell’infortunio (Cass. N. 18056 del 05/07/2019; nel medesimo senso Sez. U. n. 26972 del 11/11/2008)

La Cassazione di recente ha poi contestato la tesi della “unitarietà onnicomprensiva” del danno biologico, restando ben salda la distinzione concettuale tra sofferenza interiore (danno dinamico-relazionale) ed incidenza sugli aspetti relazionali della vita del soggetto (danno biologico). Secondo la Suprema Corte, tanti equivoci sarebbero stati forse evitati da una più attenta lettura della definizione di danno biologico, identica nella formulazione dell’art. 139 e del 138 del codice delle assicurazioni nel suo aspetto morfologico, ma diversa su quello funzionale, essendo la seconda un tipo di lesione “che esplica un’incidenza negativa sulla attività quotidiana e sugli aspetti dinamico relazionali del danneggiato”. Dunque si tratta di una dimensione dinamica del pregiudizio, una proiezione esterna al soggetto, che si differenzia rispetto all’essenza interiore della persona. Ancora più cristallina appare la distinzione dal danno morale secondo un’attenta lettura dell’art. 138. Nello specifico, l’art. 138 previgente, dopo aver definito, alla lettera a) del comma 2 il danno biologico in modo identico a quello di cui all’articolo successivo, precisa poi, al comma 3, che “qualora la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali, l’ammontare del danno può essere aumentato dal giudice sino al trenta per cento con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato”. Ciò conferma la legittimità dell’individuazione della duplice dimensione della sofferenza, quella di tipo relazionale inserita nella previsione legislativa, e quella di natura interiore, non codificata e non considerata, in modo tale da lasciare libero il giudice di quantificarla nell’ an e nel quantum con un’ulteriore, equa valutazione. Pertanto, al di là dell’ambito delle micro-permanenti, l’aumento personalizzato del danno biologico è circoscritto agli aspetti dinamico relazionali della vita del soggetto in relazione alle prove prodotte, a prescindere dalla considerazione e dalla risarcibilità del danno morale, senza che ciò sia una “duplicazione risarcitoria”. Dunque, se le tabelle del danno biologico indicano un indice standard di liquidazione, l’eventuale aumento percentuale sino al 30% sarà funzione della specificità del caso concreto in base al pregiudizio arrecato alla vita di relazione del soggetto. (Cass. N.901 del 17/01/2018)

Dello stesso avviso la Cassazione n. 7513 del 27 marzo 2018 la quale ha statuito che in presenza di un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione di una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e di un’ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale; in quanto non aventi base organica, ed estranei alla determinazione medico-legale del grado percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali ad esempio il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sé, la paura, la disperazione). Ove sia correttamente dedotta ed adeguatamente provata l’esistenza d’uno di tali pregiudizi non aventi base medico legale, essi dovranno formare oggetto di separata valutazione e liquidazione, (come è confermato, oggi, dal testo degli artt. 138 e 139 cod. ass., così come modificati dalla legge 4 agosto 2017 nella parte in cui, sotto l’unitaria definizione di “danno non patrimoniale”, distinguono il danno dinamico – relazionale causato dalle lesioni da quello “morale”).

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4099 del 2020 pubblicata il 18 febbraio dalla Sezione Lavoro, ha inoltre stabilito che non è sufficiente il riconoscimento del danno biologico aumentato del 50% per offrire il massimo ristoro della vittima di un reato, ma va liquidato il danno morale a parte; vale a dire la sofferenza interiore patita dalla persona offesa dal fatto illecito, quella sofferenza intrinseca ed interiore del danneggiato stricto sensu, distinguendo tale sofferenza da quelle conseguenze psichiche che rientrano sempre all’interno del danno biologico.

Il danno morale soggettivo: è invece il cosiddetto patema d’animo, quella sofferenza soggettiva psicologica ed interiore subita dal danneggiato in conseguenza di un fatto illecito, da risarcirsi nei casi previsti dalla legge con liquidazione su base equitativa. Esso consiste nel perturbamento psichico o nel pregiudizio arrecato alla dignità o integrità morale quale massima espressione della personalità di ogni individuo; un danno intangibile dal punto di vita materiale, impossibile da percepirsi se non da parte di colui che lo subisce. Tale pregiudizio va riconosciuto indipendentemente dall’ipotesi in cui il soggetto leso abbia anche subito un danno biologico di natura psichica. Il danno morale, quindi, riguardando la lesione della integralità morale della persona umana, è ontologicamente autonomo rispetto al danno biologico.

Il danno esistenziale: è definibile come il danno arrecato all’esistenza, cioè quel danno che si traduce in un peggioramento della qualità della vita, pur non essendo inquadrabile nel danno alla salute. Lo si è definito anche come il danno dinamico-reazionale, il danno alle attività realizzatrici della persona umana, il perturbamento dell’agenda quotidiana, l’impossibilità di svolgere un determinato hobby o una data attività, l’impossibilità di godere alcuni piaceri della vita. In genere si tratta di tutti quei danni che non possono essere considerati danni alla salute perché non si traducono in una lesione psico-fisica, ma tuttavia incidono su valori fondamentali dell’esistenza di un individuo. Si tratta, pertanto, di un danno tangibile e visibile per chiunque.

Per chiarire, dunque, il danno morale riguarda la sofferenza di natura transeunte, quale turbamento subito sia al momento dell’incidente, che in occasione delle cure e della convalescenza dalla malattia ma che poi è destinato a passare; il danno esistenziale invece riguarda il radicale cambiamento di vita cui è costretto il danneggiato e l’alterazione della sua personalità.

Il danno morale non è assorbito nel danno esistenziale, si tratta di due voci autonome, non sovrapponibili, e come tali, andranno considerate distintamente. E’ quanto chiarito dalla Cassazione, Terza Sezione Civile, nella sentenza 31 gennaio 2019, n. 2788.

La Suprema Corte di Cassazione, in tale Sentenza, ha sancito il principio per cui il danno morale non è assorbito nel danno esistenziale: si tratta di due voci autonome, non sovrapponibili, e come tali, andranno considerate distintamente.

Con questa pronuncia, la Suprema Corte ha ammesso la liquidazione sia del danno morale che di quello esistenziale, con la possibilità di personalizzare in aumento il ristoro ottenuto, in presenza di conseguenze anomale o eccezionali.

La Suprema Corte, nell’esaminare il caso di specie, ha fatto riferimento a varie pronunce della Corte Costituzionale, della Cassazione stessa e della Corte di Giustizia, in cui era stata indicata la differenza tra danno morale e danno dinamico relazionale del danneggiato.

Quindi, ha condiviso quanto fissato dal codice delle assicurazioni, riformato nel 2017, nell’art. 138, comma 2: “al fine di considerare la componente del danno morale da lesione dell’integrità fisica, la quota corrispondente al danno biologico è incrementata in via percentuale e progressiva per punto“; inoltre, al comma 3 del medesimo articolo, si legge: “quando la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali documentati ed obiettivamente accertati, l’ammontare del risarcimento, calcolato secondo quanto previsto dalla tabella unica nazionale, può essere aumentato dal giudice, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato, fino al 30%”.

Sulla scorta di tali premesse, la Cassazione ha rilevato che, nella valutazione del danno alla persona da lesione della salute (art. 32 Cost.), la liquidazione unitaria di tale danno dovrà attribuire al soggetto un risarcimento comprensivo del pregiudizio complessivamente patito sia l’aspetto della sofferenza interiore, quanto sotto quello dell’alterazione o modificazione peggiorativa della vita di relazione. Pertanto, il giudicante dovrà tener conto delle conseguenze subite dal danneggiato sia nella sfera morale di quest’ultimo, che quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della vita dello stesso. Ciò non determina una duplicazione risarcitoria, atteso che, la sofferenza interiore patita dal danneggiato a causa della lesione del suo diritto alla salute deve essere valutata in modo distinto ed autonomo.

Nel procedere all’accertamento e quantificazione del danno risarcibile, dunque, secondo gli Ermellini, il giudice di merito deve tenere conto, da una parte, dell’insegnamento della Corte costituzionale (Corte cost. n. 235 del 2014, punto 10.1 e ss.) e, dall’altra, del recente intervento del legislatore sugli artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni come modificati dalla L. 4 agosto 2017, n. 124, art. 1, comma 17, la cui nuova rubrica (“danno non patrimoniale”, sostituiva della precedente, “danno biologico”) e il cui contenuto consentono di distinguere definitivamente il danno dinamico-relazionale da quello morale.

Ne deriva che il giudice – chiarisce la Cassazione – deve congiuntamente, ma distintamente, valutare la compiuta fenomenologia della lesione non patrimoniale, e cioè tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (il cosiddetto danno morale) quanto quello dinamico-relazione (destinato a incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto).

La Suprema Corte di Cassazione nella sentenza n° 2788/2019 ha quindi stigmatizzato il contenuto della sentenza che doveva esaminare; poiché i Giudici avevano erroneamente compiuto una sovrapposizione tra personalizzazione della liquidazione del pregiudizio non patrimoniale e danno morale, che invece dovrà essere valutato in modo autonomo. La Cassazione, ha precisato che la personalizzazione della liquidazione non riguarda le oscillazioni tabellari che definiscono il range individuato per monetizzare le conseguenze del punto di invalidità accertato, concernendo le conseguenze eccezionali del danno, che, rispetto a quelle incluse nel punto di invalidità, determinano un incremento rispetto a quel determinato range.

Se vero infatti che le Sentenze di San Martino nn. 26972 e ss. del 2008 hanno affermato l’unitarietà del danno non patrimoniale, è altrettanto vero che tale nozione di unitarietà significa che lo stesso danno non può essere liquidato due volte solo perché chiamato con nomi diversi, ma non significa tuttavia che quando l’illecito produce perdite non patrimoniali eterogenee, la liquidazione dell’una assorba tutte le altre.

Resta dunque fermo l’obbligo del giudice di tenere conto di tutte le peculiari modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale nel singolo caso, tramite l’incremento della somma dovuta a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione.

La personalizzazione del danno è un’operazione che consente al giudice di valorizzare il danno patito dalla vittima; il giudicante è tenuto a motivarla, facendo riferimento alle risultanze probatorie emerse nel corso del giudizio. In particolare, vanno evidenziate le circostanze di fatto, tipiche della fattispecie concreta, tali da superare le conseguenze ordinarie e da giustificare una liquidazione maggiorata, rispetto a quella forfettizzata in base ai criteri tabellari (Cass. 21939/2017). Come ricordato, il giudice deve individuare le conseguenze che qualunque vittima di lesioni analoghe subirebbe; e poi accertare eventuali conseguenze peculiari del caso specifico. Le prime vanno monetizzate con un parametro uniforme, le seconde con un criterio ad hoc scevro di automatismi (Cass. 16788/2015). Capovolgendo la prospettiva, si può affermare che non sia ammessa alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento, qualora le conseguenze sofferte siano quelle ordinarie secondo l’id quod plerumque accidit (Cass. Ord. 7513/2018). La personalizzazione, infatti, non costituisce mai un automatismo, ma richiede l’individuazione di specifiche circostanze ulteriori rispetto a quelle ordinarie.

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